!-- TEMPLATE 34. TRAMONTO Author: Pannasmontata You can contact me on: http://www.pannasmontata-templates.net Please don't remove CREDITS. --> | nuradhamia

mercoledì, 19 marzo 2003, ore 22:34

Voglio postere questo articolo di Scalfari, perche' l'ho trovato davvero interessante.

COME ha raccontato con rara efficacia Vittorio Zucconi, la mossa
palestinese di Bush ha preso corpo nella giornata di venerdì 14 marzo di
fronte ai microfoni della Casa Bianca. Un presidente di cui era evidente
l'aria tra imbambolata e stranita, che aveva perso lo smalto del guerriero
con in mano le saette della guerra, affiancato da un taciturno e
ingrugnato Colin Powell, rilanciava inopinatamente il tema della pace in
Medio Oriente alla vigilia della guerra irachena, alla disperata ricerca
di rammendare il tessuto dell'alleanza coi paesi arabi, sempre più
sospettosi e allarmati dalle prospettive del dopo-Saddam.

Nei quattordici giorni tra l'11 e il 25 settembre del 2001, che servirono
a Colin Powell a mettere in piedi la grande alleanza mondiale contro il
terrorismo, Bush assunse l'impegno solenne di affrontare
contemporaneamente tre grandi temi che, uniti insieme, avrebbero dato
forza all'operazione politica prima ancora che militare battezzata United
Enduring Freedom: l'annientamento di Al Qaeda e del regime talebano, la
nascita dello Stato palestinese, la lotta per almeno tre generazioni
contro la povertà e la malattia.
Era, ripetiamolo, la metà di quel tragico settembre di due anni fa.

Sembrava essersi alzato il sipario su un nuovo mondo che, colpito da una
prova terribile dalla quale era tuttavia uscito più orgoglioso, più
lungimirante, più solidale, prendeva in mano il suo destino risollevando
la bandiera insanguinata dei grandi valori dell'Occidente e sventolandola
come punto di riferimento dei diseredati, dei poveri, degli oppressi di
tutto il pianeta.

Dio è con noi, proclamava il presidente della grande nazione americana e
la sua invocazione sembrava avere l'accento della verità.
Poi il sipario si abbassò. La lotta alla povertà raccolse qualche
spicciolo e mise in piedi sei o sette ospedali nell'intero continente
africano. Il conflitto palestinese si trasformò in un mattatoio con
quotidiana macellazione da ambo le parti. Sharon fu convocato un paio di
volte a Washington affinché allentasse almeno la morsa di ferro attorno
alle città palestinesi ma rispose invariabilmente di no tornandosene
frettolosamente a casa. Alla fine Bush gli dette ragione. Da allora di
queste bazzecole si smise di parlare e Enduring Freedom diventò quello che
in realtà era stata fin dall'inizio, cioè un'operazione militare pura e
semplice con esiti tuttora aperti e alquanto purulenti.

Ma oggi, nell'isola di Terceira dell'arcipelago delle Azzorre, George Bush
fiancheggiato da Blair e da Aznar ripresenterà al mondo la mossa
palestinese. Nel varietà napoletano un certo tipo di mossa si chiama "la
patapunfete" . Questa le assomiglia maledettamente. La drammatica,
insolita e sconvolgente verità, che esiste evidentemente da tempo ma che è
emersa con fragore in queste ultime settimane, è che l'America non ha
alleati. Li ha persi per la strada quasi senza accorgersene. Non li ha
nelle pubbliche opinioni ma neppure nelle Cancellerie. Non li ha tra le
medie potenze che pure hanno vincoli d'interessi corposi e di fitte
interdipendenze, ma neppure tra gli Stati piccoli e piccolissimi che
vivono a ricasco delle sue elemosine. Non li ha tra i poveri del mondo e
neppure tra i ricchi. Non li ha tra i giovani di Porto Alegre ma neppure
tra i vecchi banchieri e finanzieri di Davos. E non li ha nel Consiglio di
sicurezza dell'Onu.

Quest'ultima circostanza, anche se sgradevolissima dal punto di vista
delle procedure internazionali, sarebbe tuttavia poca cosa se la
maggioranza dei membri dell'Onu fosse compattamente schierata con
Washington. In altre occasioni - per esempio nella guerra di Corea del
1951, essendo il Consiglio di sicurezza paralizzato dai veti russo e
cinese - gli Usa fecero appello all'Assemblea generale. Era irrituale ma
rappresentò comunque una copertura morale. Questa volta Bush potrebbe fare
altrettanto ma evidentemente non se la sente. Preferisce scavalcare l'Onu
anziché tastare il polso dell'Assemblea.

Del resto, se i sei Paesi membri pro-tempore del Consiglio di Sicurezza -
Cile, Messico, Guinea, Pakistan, Camerun, Angola - che hanno bisogno dei
dollari americani come dell'aria che respirano, non rispondono alle
pressioni di Washington; se la Turchia (la fedelissima Turchia) non ha
ancora aperto alle truppe Usa l'accesso al fronte settentrionale iracheno;
se Putin, l'amico ritrovato, ribadisce un giorno sì e l'altro pure
d'essere pronto a bloccare ogni ultimatum a Saddam; ebbene tutto ciò deve
pur significare qualche cosa. Deve significare che un mutamento molto
profondo deve essere avvenuto nell'opinione pubblica mondiale. Non se
n'era accorta l'America e neppure l'Europa. L'antiamericanismo europeo non
è mai esistito e non esiste tuttora, ma esiste una crescente estraneità.

L'estraneità è un sentimento complesso. Non è inimicizia, non è antipatia,
non è rivalità. Ma certo non è appartenenza. Il resto del mondo non sente
di appartenere all'America. Nel momento in cui l'Amministrazione Bush
rivendica l'Impero, il mondo si tira indietro; se c'è di mezzo una guerra
il resto del mondo dice no. Saddam è pessimo, ma il punto non è questo.
Anche i sudanesi lo sono, anche gli indonesiani, anche i pachistani, anche
i siriani, anche gli emiri del Golfo, anche i colombiani, anche i
ruandesi, anche la Costa d'Avorio, anche i congolesi. L'elenco è
sterminato. Come risolverlo? Un solo gregge sotto un solo pastore? Il
resto del mondo dice no.

Tony Blair è disperato di questa situazione. Si può capirlo. È stato per
cinque anni l'enfant gâté di Gran Bretagna e dell'Europa della nuova
sinistra. Poi, flessibilmente, lo è diventato anche della nuova destra.
Aveva come obiettivo l'ingresso nell'euro e come guiderdone a portata di
mano la carica di presidente quinquennale dell'Europa allargata. Simpatico
a tutti, perfino alla Fallaci che non è certo di buona bocca: ieri Oriana
gli ha fatto dono della sua Toscana, regione immaginaria di cui lei
dispone con poteri sovrani di investitura.

In più, e soprattutto, Blair era l'amico incrollabile ed anzi il direttore
spirituale del caro Bush. Una maggioranza schiacciante ai Comuni. Amico di
tutti perché a tutti dà del tu (non esiste altra forma verbale nella
lingua inglese ma molti non lo sanno o fanno finta). All'improvviso si
ritrova con un paese contro, l'Onu contro, mezza Europa contro, il
guiderdone archiviato, mezzo Labour in rivolta, la piazza del suo paese in
subbuglio.

Certo, quando tra poco i cannoni cominceranno a tuonare l'Inghilterra avrà
il suo generoso soprassalto patriottico. O forse no, si vedrà. Ma intanto
è nelle peste. La mossa palestinese l'ha imposta lui, meglio tardi che
mai, ma la puzza di strumentalismo la sentirebbe anche un bambino. Aznar
se ne può anche infischiare, aveva già deciso di non correre alle prossime
elezioni e se il suo partito perderà come appare molto probabile lui
punterà su qualche carica di prestigio. Ma Blair non è tipo da
accontentarsi di così poco. Mister Flessibilità farà di tutto per restare
in gioco ma, al punto in cui è, le carte buone le ha già giocate tutte: è
stato alla destra della sinistra, poi alla sinistra della destra, poi ha
detto che destra e sinistra sono parole senza senso. È un percorso che
conosciamo, i suoi "laudatores" - dentro e fuori dall'Inghilterra - lo
hanno fervorosamente imitato e qualche cosa ne hanno ricavato ma roba da
poco, "sportulae" o promesse di "sportulae". Chi si contenta gode, ma lui
non è di quelli. Il suo vero obiettivo era nientemeno che di resuscitare
l'Impero per interposto Bush: un en plein al tavolo verde. Le probabilità
sono una su trentasei. Ma un premier che gioca alla roulette le sorti del
suo paese, diciamolo, non è granché.

C'è un rischio terribile in tutto ciò che accade e sta per accadere. Chi
l'ha visto più lucidamente di tutti è stato Giovanni Paolo II. Infatti è
proprio lui ad aver usato le parole più fosche: "Questa guerra", ha detto,
"è criminale". Ha usato e fatto usare dai suoi curiali proprio questa
parola: criminale. Nessuno era arrivato a tanto. Perché si è spinto fino a
questo punto? Per le vittime innocenti che saranno mietute come il grano
sotto la falce? Per i bambini che moriranno, anzi che già muoiono? Per
l'amore cristiano della pace?

Tutti questi sentimenti sono profondamente radicati nell'anima del
pontefice ma non bastano a spiegare. C'è un'altra ragione che riguarda i
cristiani ma non soltanto loro: il papa sa che questa guerra aprirà un
solco enorme tra l'Occidente e l'Islam, cioè tra le due grandi religioni
del mondo. Se questo avverrà, il mondo degli anni e forse dei secoli
futuri sarà terribilmente diverso, più feroce, più imbarbarito, più
bellicoso, più dominato dal terrore, meno libero, meno democratico.
Wojtyla vedeva un mondo religioso ecumenico solidale, dominato dalla
religione dell'amore e quindi - al di là dei riti e delle specifiche
appartenenze - più cristiano. Ma se lo scontro tra le due civiltà avrà
pieno corso, quel mondo sarà sostanzialmente fondamentalista.

Per questo il papa cristiano parla di guerra criminale. Tutte le guerre lo
sono ma non tutte sono state guerre tra civiltà, anzi questo è avvenuto
molto di rado, per l'appunto, per mille e cinquecento anni tra Occidente e
Islam. Questa guerra rischia di esserlo di nuovo. Ecco il pericolo ed è
tremendo.




































































































































































nuraddhesu
Permalink ¦ commenti
Commenti
¦ commenti (popup)
categoria :