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domenica, 15 febbraio 2004, ore 20:32

Quanto e' difficile dichiararsi di sinistra!!

Una «vita da mediano»?

Una vita da faticatore del centro campo, che macina chilometri su chilometri, senza particolari virtù tecniche, ma poi alla fine «vince i mondiali»? Oddio, che il professor Romano Prodi, attuale Commissario della Ue, già -presidente dell'Iri e del Consiglio, abbia davvero un profilo così "oscuro", è assai discutibile. Tuttavia, la scelta della canzone di Ligabue - operata dai sapienti registi della Convention ulivista - non va intesa nel suo senso letterale: è uno tanti modi attraverso i quali il listone riformista punta a far passare il suo messaggio centrale, il ritorno alla normalità. Il "riformismo", antropologico prima che politico, è anche questo: uscire dall'Italia disastrata da Berlusconi e dal berlusconismo, liberarla da un'anomalia di cui è parte integrante, del resto, anche il noto euroscetticismo delle destre, recuperare quel "Paese normale" (già immaginato alcuni anni fa) che da tre anni, per mille ragioni, non ne può. Vincere, insomma, grazie anche alla «forza tranquilla» di un'alleanza larga, formata dal meglio della classe politica (gli ex-comunisti e gli ex-democristiani) e dal meglio, o quasi, della "società civile".

Chi meglio di Romano prodi poteva incarnare questa prospettiva? Ieri, il professore è apparso, se così si può dire, più che mai se stesso - più che mai prodiano. Prima di tutto nei toni: piani, familiari, scevri da tentazioni di "politichese", ritmati ogni tanto da crude stilettate inferte (senza mai nominarlo) al Cavaliere. Ma anche nella politica prospettata: al centro della quale ci sono il "sogno" dell'Europa (un'Europa non tappetino degli Usa, gelosa del suo modello sociale, sostanzialmente pacifica), il mercato temperato dal Governo, un po' più di investimenti nella ricerca e nell'istruzione e, non ultimo, il recupero di una serietà della politica e della correttezza istituzionale. Temi e centralità non lontanissime, a ben guardare, dal programma del '96, poi realizzato solo in piccola parte. Già, ma fu o non fu un momento vincente? Oggi, se mai, la lista unitaria - che Prodi ha proposto e fortemente voluto - rende ancora più forte la leadership del Professore: che non è più un "ostaggio" dei singoli partiti, che può giocare fino in fondo la carta del "Partito riformista", anche se D'Alema si dichiara "non appassionato" del medesimo.


Di più. Nel suo andamento concreto, la Convention ha dimostrato che il "partito prodiano", nel giro di questi otto anni, ha fatto notevoli passi in avanti. Non è, nient'affatto, la semplice riedizione della sinistra dc: uno come Walter Veltroni, in fondo, ne fa parte a pieno titolo, come ne fanno parte, certo, Dario Franceschini (l'unico intervento esplicito, salvo errori, contro un voto ambiguo sulla guerra) e Rosy Bindi, che dichiara con fierezza «di non voler morire socialista». Ma prodiani, ancora, sono quei girotondini che si sono riconosciuti nell'alveo neoriformista, a dispetto della loro massiccia provenienza di sinistra, così come quella schiera di intellettuali che si sono, talora con una virata un po' improvvisa, imbarcati nell'impresa. Che cosa li attrae, infine, del partito prodiano? Che è un partito diverso dai partiti - leggero, a-ideologico, plurale, "normale". Che è diretto da un leader che è percepito (sia pure non fondatamente) come un non politico di professione, ma di riconosciuto respiro internazionale. Che offre, almeno in potenza, uno spazio a tutti, o a molti. Che è un ragionevole cocktail di istanze realiste e, appunto, di sogni. Insomma, è qualche cosa che prima non c'era, anche se gli ingredienti che lo compongono prima c'erano tutti.

Questa verità politica di fondo non è contraddittoria con il fatto che, ieri, gli interventi di maggior successo sono stati quelli di Massimo D'Alema e Giuliano Amato. I due maggiori professionisti della politica - tra i presenti al Palaeur - hanno non per caso avvertito la necessità di offrire alla platea il loro volto relativamente "socialdemocratico" - che è poi l'unica carta forte di cui dispongono per equilibrare i successi del prodismo. Così il presidente della Quercia si è perfino autocriticato per aver subìto «l'egemonia neoliberista» e ha comunque messo in guardia i presenti dall'illusione che si possa ripetere, nudo e crudo, il copione del '96. Quanto ad Amato, sembrava di sentire, a tratti, un vecchio manifesto laburista, quello in cui lo Stato promette di occuparsi del cittadino "dalla culla alla tomba". Perchè questo repentino ritorno alle radici? Ma perchè, appunto, il vecchio e classico riformismo europeo è l'unica carta che oggi può limitare lo strapotere del prodismo. In un'assemblea pronta a scaldarsi - come in tutte le assemblee - per tutte le cose di sinistra che fanno capolino da ogni discorso, ma dove la sinistra, se c'era, non si è proprio sentita. Forse, perchè non era più quella la «casa sua».

Rina Gagliardi


nuraddhesu
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Commenti
#1   16 Febbraio 2004 - 13:02
 
ciao, sono completamente fuori dalle "polemicha" istituzionali, tra partiti e politicanti. Credo che la politica, dal momento in cui diventa un mestiere, una specializzazione, inizia ad astrarsi totalmente dal suo significato "di classe". Quello di essere strumento in mano agli oppressi, per la liberazione del proletariato di tutto il mondo, che continuerà ad esistere fin quando esiste lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, sulla natura, sugli animali. saluti da me saluti libertari
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